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IL SILENZIO DEI GIORNI di Rosa Maria Di Natale (recensione)

settembre 20, 2021

“Il silenzio dei giorni” di Rosa Maria Di Natale (Ianieri edizioni)

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[Segnaliamo: Rosa Maria Di Natale ospite della rubrica “Incontri con gli autori” di Letteratitudine]

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di Emma Di Rao

È dal “cuore della notte” che prende avvio il tempo narrativo de “Il silenzio dei giorni”, il romanzo d’esordio di Rosa Maria Di Natale (edito da Ianieri). E non poteva essere altrimenti dato che la ricerca della verità muove quasi sempre dalle zone più oscure e necessita di un complesso scavo interiore perché si giunga fino ad essa e la si faccia risalire verso la luce. Purché ci rammenti che è comunque illusoria la pretesa di una verità inconfutabile e che apparenza e verità sfumano impercettibilmente l’una nell’altra.
In una Milano che placa nel sonno la propria inarrestabile frenesia di metropoli, all’interno di una “redazione grigia come i corrimani delle stazioni dei treni”, la voce narrante di Giuseppe Giunta – “una volta Peppino”-, correttore di bozze, rievoca dinanzi “al capocronaca più rispettato” della città un tragico episodio avvenuto molti anni prima nella sua Giramonte, un piccolo paese etneo, e destinato a sconvolgere la vita della propria famiglia.
Sebbene il narratore-protagonista si riproponga di fornire a Riccardo Armeni un resoconto fedele ed esaustivo degli eventi che avevano preceduto la morte del fratello Saverio, è quasi inevitabile che la memoria conferisca al passato non solo ciò che esso autenticamente conteneva, ma anche quanto una visione soggettiva lascia affiorare. Lo si evince chiaramente da ciò che l’io personaggio afferma: “La memoria… è come una torcia che ci aiuta a muoverci nel buio del nostro passato, ed è anche ombra che distorce la prospettiva”.
Non si tratta, dunque, soltanto del resoconto di un episodio avvolto per troppo tempo dalla nebbia dei segreti: mentre il percorso a ritroso si dipana, tornano in superficie immagini, voci e figure fissate in un gesto o in uno stato d’animo, alle quali la voce narrante finisce per attribuire un ulteriore significato derivante dalla risonanza che esse hanno assunto nella sua interiorità. Ne deriva una scrittura che non si limita a rappresentare il reale, ma ne evidenzia gli aspetti più enigmatici ed inquietanti.
Lo spazio fisico che il narratore evoca e che rappresenta il contesto in cui il suo vissuto si colloca è diametralmente opposto, e non solo dal punto di vista geografico, a quello in cui egli vive ormai da molto tempo: un piccolo paese su cui scorre un tempo immobile, circolare, che sembra riavvolgersi su se stesso e che il protagonista percepisce come diverso dal tempo dell’universo perché sostanziato di “una materia che ne cambiava ritmo e significato”. Un paese in cui “le donne dovevano semplicemente esistere come donne o come madri” e in cui agli uomini, che riservavano a se stessi ogni libertà, “toccava vivere”. Un paese in cui l’economia si correla alle “arance a perdita d’occhio”, al possesso della terra e ai privilegi che quest’ultima offre. L’orizzonte mentale della collettività che vi abita risulta gretto, arido e miope, come è proprio di chi accoglie come valori fondanti il guadagno, il culto dell’apparenza e il rispetto di ferrei vincoli sociali.
Un microcosmo che appare in sé concluso e separato dal resto del mondo, in particolar modo dalla città di Catania, percepita nell’immaginario collettivo come il regno della perdizione, come “la città nera con poche arance e con molto disonore”.
Tuttavia, Giramonte è anche metafora di una dimensione più vasta, una dimensione in cui il pregiudizio, la discriminazione e l’odio nei confronti della diversità alimentano il divampare delle passioni e della violenza. La contrapposizione dei due spazi, il paese e la città, non è solo la contrapposizione di un paese in cui si trovava “ogni cosa al suo posto” a una città che era invece “lontana e fuori controllo”, ma è anche irriducibile contrasto fra un immobilismo granitico, intessuto di certezze cristallizzate, e una realtà fluttuante, mobile e imprevedibile in cui è comunque possibile esercitare la propria libertà di scelta.
Anche il mare, considerato “troppo lontano”, si configura come una realtà inaccessibile e foriera di pericolo, e per tale motivo diviene, nella fantasia del protagonista – narratore, oggetto di costante desiderio, ma anche di timore.
Su tutti e su tutto domina poi, incontrastata, lei, la “gigantessa nera”, la Montagna, “vulcano femmina”, presenza minacciosa, incombente e autoritaria, che sorveglia il mondo sottostante ed è in grado di imporre il silenzio, condizionando gli atteggiamenti e le parole degli abitanti del paese.
Non si distacca da tale contesto, anzi ne è parte integrante, la famiglia Giunta che, come afferma la voce narrante, “ignorava altre forme di esistenza che non fossero quelle possibili a Giramonte”.
Di ogni componente vengono evidenziati soprattutto i tratti interiori e le motivazioni dell’agire: il padre Michele, dedito alla conservazione del patrimonio e all’esercizio esclusivo della propria volontà sul futuro dei figli; la madre Angela, sottomessa al marito e destinata a spegnere la propria esistenza in gesti ripetitivi e svuotati di ogni significato – “nei miei ricordi mia madre sparecchiava sempre”; il figlio Saverio, dallo sguardo “impertinente e addolorato”, desideroso di libertà e perennemente in lotta contro ogni cosa, fosse “il muro, il sole, la canicola”, preda di un “disagio feroce” che si coniugava con un limpido senso di giustizia.
Ripercorrendo il vissuto, il protagonista lascia affiorare anche la nota saliente della propria personalità, ovvero l’interesse per la scrittura, coltivata fin dall’infanzia come “contatto segreto” con se stesso e come possibilità di sfuggire al pericolo di una immobile indifferenza che rischiava di assimilarlo agli alberi di aranci ai cui piedi trascorreva un tempo interminabile.
Scrittura, dunque, come occasione irrinunciabile per spiegare e connettere gli elementi del reale, nonché come riscoperta identitaria. Essa risulta peraltro di fondamentale importanza in un contesto, qual è il paese di Giramonte, in cui la libertà dell’io viene oltraggiata e in cui la diversità, risuonando come negazione dei valori condivisi dalla collettività, non trova alcuno spazio, a prescindere dalla forma in cui essa si declini.
Accanto all’amore per la scrittura, la voce narrante mette in rilievo ulteriori tratti che riguardano la sua vita di adulto, ovvero “quegli sbalzi di umore, quei mutismi imbarazzanti, quelle ore trascorse da solo il sabato sera… e quelle divagazioni che lo facevano saltare di palo in frasca”, tratti ascrivibili al grave trauma occorso nella sua esistenza, ovvero la morte del fratello, ucciso – secondo la versione fornita dagli inquirenti e da tutti accettata – insieme al suo compagno perché testimone di un delitto.
Tale dramma prende le mosse dal rifiuto paterno di far proseguire gli studi al figlio Saverio nella città di Catania, ma deriva soprattutto dall’incapacità di Michele Giunta di trasformare se stesso e la propria famiglia “in un altro se stesso, in un’altra famiglia” pronunciando un semplice “sì”.
Da qui hanno inizio “i giorni del silenzio”, non soltanto i giorni che precedono o seguono la decisione del padre sul futuro del giovane, ma anche quelli in cui si mettono a tacere le legittime aspirazioni alla felicità e in cui la ragione tace a favore dell’intransigenza, del rancore e della sopraffazione. Né vanno dimenticati i silenzi protratti e inspiegabili che caratterizzano la figura di nonna Mela, la cui anima era attraversata da un malessere che la voce narrante definisce un “disagio che le falciava l’anima”. Ed ancora, i silenzi che subentrano tra i due fratelli, divenuti sempre più distanti quando Saverio si lega al giovane Matteo in una intima e totale intesa, efficacemente commentata dalla voce narrante: “Forse si rispecchiavano nello stesso lago di cui non sospettavo neppure l’esistenza”. Infine, il silenzio più grave e insormontabile è quello che si profila dopo la morte di Saverio, come si evince dall’affermazione: “A casa nostra il silenzio si prese tutto lo spazio. Emergeva potente, soprattutto quando cessavano i lamenti strozzati”.
Il silenzio, tuttavia, per quanto grave, può dissiparsi: basta dare voce a quanto giace sepolto nei recessi più bui e nascosti dell’anima, basta dare voce ai terribili segreti che opprimono il cuore e la coscienza. Ed è quanto Giuseppe Giunta decide coraggiosamente di fare, ubbidendo all’urgenza incoercibile del dire, fiducioso di trovare corresponsione e ascolto nel suo attento interlocutore.
Ma è soprattutto la scrittura a dar voce all’inespresso e a riempire i vuoti di una drammatica vicenda dai contorni ambigui e misteriosi. La verità che la voce narrante espone, al termine di un sofferto tragitto della memoria, è infatti la verità che l’io letterario, ovvero l’autrice, ha immaginato e a cui ha dato consistenza di realtà con quegli strumenti e con quelle modalità che sono peculiari delle creazioni letterarie.
Image from LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)Ispirandosi liberamente al “delitto di Giarre” del 1980, Rosa Maria Di Natale, nelle pagine del suo romanzo, si è affidata a ipotesi e prospettive scaturite dalla sua fervida capacità immaginativa, ma anche da una elevata sensibilità nei confronti di tematiche di grande rilevanza umana e sociale.
In maniera del tutto consona al contenuto, la cifra stilistica de “Il silenzio dei giorni”, pur mostrando un andamento lineare e discorsivo, è significativamente attraversata da trasalimenti sotterranei e palpiti latenti, cosicché ne deriva un ritmo narrativo inquieto e vibrante. Anche il lessico, concreto ed essenziale, si arricchisce spesso di ulteriori significati da riconnettere alla dolente concezione sottesa al romanzo. Si pensi, ad esempio, al frequente ricorrere dell’aggettivo ‘nero’, utilizzato in riferimento alla pietra lavica o alla città di Catania o, ancora, allo stato d’animo dell’io personaggio. Segno evidente di una cupa atmosfera e di una coltre buia che gravano sulle cose e sugli uomini. Talora, invece, gli elementi lessicali vengono investiti di una suggestiva allusività, come, ad esempio, l’espressione con cui la voce narrante definisce un particolare del viso materno: “dagli occhi ora nocciola ora erba di vento”, dove il sintagma “erba di vento” sortisce, in virtù dello slittamento di senso, un esito poetico.
Accanto ad una rappresentazione che aderisce al reale, affiora, ne “Il silenzio dei giorni”, una dimensione arcana, quasi fiabesca in cui il tempo sembra quasi sospendere il suo corso, come si coglie, ad esempio, nel seguente passo: “la vita intorno alla fontana…con “tutt’attorno solo sciara”, dove il protagonista si sente sperduto, o nel brano in cui viene delineato un “luogo magico”, un vallone scoperto dai due fratelli, in cui si potevano coltivare pensieri disallineati dalla mentalità comune e adottare comportamenti liberi.
Alla creazione di un’atmosfera arcana contribuisce la menzione, da parte del narratore, di “divinità visibili o nascoste”, forse da riconnettere all’esigenza di attribuire ad esse gli aspetti più inspiegabili dell’esistenza. Anche nell’esclamazione “E chi lo sa!”, pronunciata di frequente dai genitori di Peppino Giunta, traspare la consapevolezza di un destino inesorabile che ci sovrasta e che impedisce ogni previsione, anche se non si può escludere che con la sospensiva vaghezza si intenda giustificare la rinuncia ad ogni cambiamento.
Poco prima della chiusa del romanzo, quando la voce narrante dichiara al suo interlocutore che era intervenuta “una nuova morte a spiegarne una più antica, eppure sempre presente”, un tragitto accidentato si conclude ed un enorme macigno viene sollevato dall’animo di chi ne era rimasto schiacciato per un tempo lunghissimo. Si potrà, così, finalmente liberi da quel peso, se non dal dolore, riflettere la propria immagine in uno specchio sentendosi al sicuro e, in qualche modo, diversi.
Rivelata la sconvolgente verità sulla morte del fratello e accertatosi che essa sarebbe stata resa nota, il protagonista ha ora dinanzi a sé l’ultimo nodo da districare, ma dovrà tornare nell’isola natia e in quella città che non può non apparire “spettro del passato”.
Ed eccolo il mare. Quel mare della Playa a lungo negato e percepito come “troppo lontano, troppo lontano”, quel mare inaccessibile ai due fratelli perché identificato con il cambiamento, il pericolo, l’instabilità, la perdizione. Quel mare che con il suo sconfinamento e la sua vastità allude ai pericolosi sconfinamenti dell’io.
Affondando i piedi nella sabbia su cui da ragazzo aveva solo fantasticato e che il fratello Saverio aveva invece conosciuto, il protagonista percepisce il profumo inebriante del mare e nel contempo comprende, commosso, che la visione di esso avrebbe potuto, in virtù della sua bellezza e di ciò che ad essa si correla, mutare molte cose del passato.
Ma se la conoscenza del mare rappresenta il dono per chi ha cercato la verità, è forse tardi perché si possa imprimere un corso diverso all’esistenza. Ecco perché Giuseppe Giunta volta le spalle a “quelle onde tranquille”, abbagliato da una luce per lui eccessiva e comunque lieto di non “aver visto in quel luogo nulla di nero”. A spingerlo ad allontanarsi è la luce “troppo sfrontata” o forse, chissà, la difficoltà di aderire alla pienezza vitale che l’immagine del mare suggerisce, anche perché alla luce intensa della vita non è facile adattarsi quando si è attraversato un buio troppo fitto.
Resta, però, la parola. Salvifica, chiarificatrice, consolatoria. Per raccontare verità possibili, nella certezza o nella speranza che “Le verità vere sono quelle che si possono inventare”.

 

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La scheda del libro: “Il silenzio dei giorni” di Rosa Maria Di Natale (Ianieri edizioni)

Image from LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)Peppino Giunta, siciliano di nascita e milanese d’adozione, nello spazio di una notte racconta il suo drammatico vissuto al capo della redazione dove lavora come correttore di bozze. Ma ricostruendo i dolori del passato nella sua Giramonte, paesino ai piedi dell’Etna brulicante di contadini orgogliosi e passioni umane troppo umane, aumentano le probabilità di perdersi tra apparenza e realtà.
Quanto può far male il rifiuto della diversità? Può, almeno la morte, spegnere i vecchi rancori familiari?
Il romanzo è liberamente ispirato al “delitto di Giarre” del 1980, che portò alla fondazione del primo nucleo di militanti gay e l’anno successivo, a Palermo, alla prima Festa nazionale dell’orgoglio omosessuale.

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Rosa Maria Di Natale, giornalista professionista, vive e lavora a Catania. Ha vinto il “Premio Ilaria Alpi” nel 2007 con una video-inchiesta. È stata docente a contratto di Giornalismo, comunicazione e Nuovi media all’Università di Catania e ha pubblicato Potere di Link – Scritture e letture dalla carta ai nuovi media (Bonanno, 2009). Promuove e coordina gruppi di lettura in presenza e sul web. Ha pubblicato racconti su Linus e Maltese Narrazioni.

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