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IL MORSO di Simona Lo Iacono (un estratto)

maggio 4, 2017

Le prime pagine del nuovo romanzo di Simona Lo Iacono: IL MORSO (Neri Pozza

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Martedì 16 maggio alle 18:00, alla Feltrinelli di via Etnea, Simona Lo Iacono presenta al pubblico catanese il suo nuovo romanzo, “Il morso” (Neri Pozza). La affianca per l’occasione Massimo Maugeri. Partecipano all’incontro i ballerini della Società di Danza Siciliana.

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Prologo

Palermo, Real Casa dei pazzi, 18 febbraio 1861

Dalla parete della cella n. 27, angolo sud-est. Iscrizione muraria 122, rep. 18:

Se chiedete in giro, non vi diranno che ho un nome. Non vi diranno neanche che ho mente e lingua. Scrolleranno le spalle con insofferenza, qualcuno con pietà. Sorrideranno, altri. Vi riferiranno che, forse, un tempo capivo. Che, forse, babba ci sono diventata. La vita, diranno. I dolori, i parti, le morti.
Nessuno, poi, saprà riferirvi con precisione l’età, il tempo di queste assi che scricchiolano e mi reggono con sbalordimento. Forse cinquanta. No, forse meno. O di più. Chi potrebbe dire – sospireranno – in che modo gli anni le hanno scavato addosso quel naso adunco, le labbra tagliate da rughe, le fenditure degli occhi neri. Da corvo. E figli ne avrà avuti, certo, a giudicare dai fianchi larghi. Amanti, forse, se a qualcuno sarà andato di prenderla tra un vaneggiamento e un silenzio. Mariti, chissà. Potrebbe essere, in gioventù avrà pur avuto sotto la carica di quelle chiome qualche forma piena. I seni, a vederli bene, non sono retti dal busto, eppure non sembrano cadere sull’addome. E le natiche sono svelte, dure, ancora palpitanti sotto la stoffa nera del lutto.
I documenti, chi pensa a chiederli più in questo nuovo Stato che non è uno Stato, in questi luoghi da ribattezzare, in questi uffici del dazio o dell’anagrafe dove paiono tutti nati e morti cento volte.
Diranno: lasciate pure che scriva ciò che vuole sui muri. Anche se non ha un nome, avrà comunque una storia da raccontare.

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Prima parte

1847

Casa Ramacca

1.

Il nome è Lucia Salvo.
Nessuna carta di nascita lo certifica, ma sua madre le ha detto così: «Ricordati questo nome, Luciuzza, e ricordati pure che sei una Salvo, una che porta o riceve salvezza».
Per il momento, però, salvezza ne ha ricevuta poca, pensa Lucia mentre il vetturino la sbalestra sulla carrozza che fa la spola da Siracusa a Palermo.
Ecco: l’afa si mangia il sudore, e il curato che le siede davanti fa ciondolare la testa senza accorgersi che un rivo di saliva gli cola agli angoli della bocca.
Lucia ha un guizzo di disgusto e pensa che Salvo è anche nome di babba.
«Ma quale babba» ha replicato sua madre questa mattina, mentre l’alba nasceva e allestiva un fagotto di stracci. «Ma quale babba» ha ripetuto con insofferenza tastandole i seni sotto il bustino per metterglieli su, dandole pizzichi di rosso sulle gote e un velo di belletto sulle labbra. «Piuttosto, sorridi e nascondi le mani, ché sono tutte tagliate. E se il Conte figlio ti tiene a servizio o ti prende nel letto, ringrazia tutti i santi del Paradiso».
Sarà… Ma questo fatto non sembrerebbe una salvezza a giudicare dagli strali che padre Cannavò Messazza lancia dal pulpito ogni Santa Quaresima, quando arringa che le cose di letto infamano nostro Signore e addolorano i santi.
«Decidetevi, mamà» ribatte a sua madre. «Decidetevi se è salvezza o perdizione, ché padre Cannavò non sembrerebbe d’accordo».
«E certo, padre Cannavò, che ne sa lui… Tu, invece, ascolta me: datti una passata di colore e spera solo che il Conte figlio non ne abbia già un’altra, di serva. Poi, se ti prende, mandami a chiamare, ché a Palermo, dai Ramacca, ci vengo pure io».
Così è salita sul predellino, ha guardato Siracusa che lascia per la prima volta; e ha un presentimento che la strizza, una balenata di certezza: non tornerà più.
Ma non osa dirlo.
Sua madre è tutta presa da quel viaggio che dovrebbe risanare le sorti della famiglia e si dimena per trovarle il posto migliore, mentre infligge sull’umanità che la circonda un’occhiata caprina.
Lucia può quasi sentire i suoi pensieri, l’indomita svampata di orgoglio che da sempre la possiede. Da quando, cioè, ha deciso che la sfortuna ha le ore contate e che per ribaltarla bisogna escogitare qualche furbizia.
Inganni, no, Dio benedica, e neanche intrighi, ci mancherebbe. Ma qualche arma da secoli in mano alle donne, che male c’è, Lucia. Qualche sospiroso momento di piacere barattato per una moneta in più, una vestina, un bitorzolo di vita da afferrare con più comodità. Avesse lei gli anni di Lucia non ci penserebbe due volte. Sua figlia pare invece imbambolata, senza consapevolezza di quelle mandorle dure che il creatore le ha messo al posto degli occhi. Tutta suo padre, questa figlia molla che non si struscia sugli uomini e, solo a pensarlo, crede pure di fare peccato.
«Ma quale peccato» sospira ancora una volta e senza titubanze sua madre, sicura che peccato è solo morire di fame. E a questo pensiero rincula con più forza la spinta e immette Lucia dentro la carrozza senza asciugarle le lacrime che le gocciano dagli occhi.

(Riproduzione riservata)

© Neri Pozza

La scheda del libro

Nella Sicilia del 1848, la bella Lucia Salvo viene considerata una «babba», ossia una pazza, perché affetta da una grave forma di epilessia che tutti scambiano per follia e che nessuno, in quell’epoca, è in grado di diagnosticare e curare. Per volontà della madre, che spera di risollevare le sorti della famiglia, Lucia viene mandata a Palermo, a servizio presso la famiglia dei conti Ramacca. Il conte Ramacca, afflitto da un irrefrenabile desiderio sessuale, brama l’arrivo della nuova serva. Smanioso di saziare i suoi appetiti morbosi egli è, però, stanco delle donnette che si precipitano senza resistenze nel suo letto. Quando il nano Minnalò, suo fidato consigliere, gli porta Lucia, la bella ragazza non si concede, anzi, lotta furiosamente, mordendogli a sangue una mano, e riesce a sfuggirgli. Ceduta da Ramacca al nobile Manfredi degli Agliata, Lucia viene scambiata per una sciocca a causa della sua malattia e sfruttata per trasmettere messaggi segreti ai carcerati. La Sicilia del 1848 è un vulcano a un passo dall’esplosione, e Lucia sembra essere lo strumento perfetto per tramare senza essere scoperti. Intrappolata in un ruolo che non le appartiene, costretta ad apparire per quella che non è e, al contempo, timorosa dei suoi momenti di incoscienza, Lucia diventa un’inconsapevole eroina, protagonista dei moti del 1848, quando aiuta il capo dei rivoluzionari, Maurizio Fortunato, ad evadere dal carcere. Il morso, nuovo romanzo di Simona Lo Iacono, si ispira alla vita di Lucia Salvo «a siracusana», personaggio realmente esistito; e racconta, con una lingua elaborata e tesa, un personaggio femminile unico, fragile e determinato, rassegnato eppure incredibilmente vitale.

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Simona Lo Iacono è nata a Siracusa nel 1970. Magistrato presso il tribunale di Catania, ha pubblicato racconti e romanzi. Il suo primo romanzo “Tu non dici parole” (Perrone 2008) ha vinto il premio Vittorini Opera prima. Nel 2011 ha pubblicato il romanzo intitolato “Stasera Anna dorme presto” (Cavallo di Ferro), con cui ha vinto il premio Ninfa Galatea (ed è stata finalista al Premio Città di Viagrande). Nel 2013, sempre per Cavallo di Ferro, ha pubblicato il romanzo “Effatà” (con cui ha vinto il Premio Martoglio e il premio Donna siciliana 2014 per la letteratura).
E’ del 2016 “Le streghe di Lenzavacche” (edizioni e/o) con cui è stata finalista al Premio Strega Giovani e semifinalista al Premio Strega. Il libro è attualmente in finale al Premio letterario “Città di Rieti”, al Premio “Leggo quindi sono”, al Premio “Chianti”.
Presta attività di volontariato in carcere, dove cura programmi di rieducazione dei detenuti attraverso la letteratura e il teatro, e presso l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti, dove utilizza il libro come mezzo di contatto con la realtà.

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