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ALESSANDRA SARCHI racconta LA NOTTE HA LA MIA VOCE

agosto 10, 2017

ALESSANDRA SARCHI racconta il suo romanzo LA NOTTE HA LA MIA VOCE (Einaudi)

romanzo vincitore del: Premio Selezione Campiello 2017 e del Premio Letterario Internazionale Mondello 2017

Ritratto di Alessandra Sarchi 2015

di Alessandra Sarchi

Questo romanzo ha il suo nucleo originario nel personaggio della Donnagatto, amputata di una gamba e su una sedia a rotelle, eppure tanto vitale da far pensare a un felino sinuoso e scattante, da cui le deriva il soprannome che l’assimila a una supereroina.
La Donnagatto era già apparsa alla mia immaginazione quando scrivevo un racconto pubblicato poi nel numero 63 di “Nuovi Argomenti” col titolo La nuotatrice. Per la prima volta cercavo di affrontare il tema della diversità e della menomazione fisica nelle sue implicazioni simboliche e nel suo potenziale narrativo: lì il confronto si svolgeva fra due donne di cui una sana che aveva appena perso il lavoro e ne era affranta, l’altra che avendo perso da tempo la propria integrità fisica aveva trovato un altro modo per dare senso al proprio sé. S’incontravano in piscina, in acqua dove le regole della gravità sono abolite e le distinzioni fra chi cammina e chi non può farlo vengono accorciate.
Quando iniziai a pensare di estendere e arricchire il personaggio del racconto, che si chiamava Giovanna, nome che ho poi conservato nel romanzo, si aggiunse l’elemento della bella voce: doveva avere un dettaglio fisico molto caratterizzante e al tempo stesso estremamente impalpabile. La voce infatti ci contraddistingue come individui in maniera unica e sembra tradurre tutte le note del nostro carattere, ma è anche molto poco fisica, a differenza delle impronte digitali o della forma e del colore degli occhi.
E questa voce disincarnata in un certo senso doveva essere il paradosso intorno cui ruotava la faticosa ricerca di identità che viene percorsa all’interno del romanzo: come si sopravvive alla perdita di una parte di sé fondamentale, come si ricostruisce l’eros verso di sé e verso il mondo quando si è perso il contatto con il proprio corpo?
Se ne La nuotatrice avevo immaginato un confronto fra una persona fisicamente sana, ma provata dalla perdita del lavoro, ne La notte ha la mia voce ho voluto immagine un incontro  e un dialogo fra due donne che condividono una condizione di minorità fisica. Una scelta radicale che la letteratura deve avere il coraggio di compiere, perché è da sempre sua vocazione assumere punti di vista laterali e svantaggiati. Mi ha aiutato leggere una dichiarazione del premio Nobel afro-americana Toni Morrison: quando iniziò a scrivere aveva presente letteratura scritta perlopiù da uomini bianchi, per uomini e donne bianchi. Lei nera e donna, avrebbe provato a cambiare radicalmente prospettiva: scrivendo di un mondo di soli neri.
Così ho cercato di fare: assumere la prospettiva di chi ha vissuto una perdita della propria integrità fisica così consistente da dovere cambiare la propria identità, le proprie relazioni col mondo, la propria collocazione sociale. Il punto di vista della malattia, in senso esteso, come diceva Virginia Woolf in un delizioso libriccino del 1926 On being ill, è importante perché sospende il corso ordinario e anestetizzato del vivere e ci fa vedere le cose da una prospettiva privilegiata, quella di chi ha una percezione del tempo e della gerarchia dei fatti mutata dalla presa di contatto con il nostro essere effimeri e perituri.
In questo romanzo c’è una parte di vissuto autobiografico al quale ho attinto, in quanto da quindici anni in seguito a incidente vivo su una sedia a rotelle, ma non si tratta della mia storia. Ciò che mi interessava indagare è lo stato percettivo e cognitivo diverso che un trauma determina, come ci si abitua e come si compensa la perdita di funzioni vitali quale il camminare e il sentire.
Le due protagoniste del racconto pur condividendo un medesimo problema, lo affrontano in modo molto diverso, più introverso quello della narratrice, più spavaldo quello della Donnagatto, a riprova che le categorie non descrivono mai le individualità, e attraverso il loro incontro si apre uno spazio di reciproca conoscenza, la possibilità di dirsi, la scoperta che entrambe nutrono una passione per la perfezione sublimata dei corpi e dei gesti dei danzatori, nella quale si proietta la sete di infinto che è nella nostra condizione umana pur così limitata. E la scoperta del lavoro notturno della Donnagatto ad una chat erotica, dove con la sua voce suadente alimenta sogni e fantasie di corpi perfetti, lei così imperfetta nella realtà.
In questo romanzo ho voluto esplorare il corpo come sonda cognitiva verso il mondo, ma anche come proiezione di immagine che siamo per noi stessi e per gli altri. Se l’involucro che ci contiene e che dovrebbe essere il luogo a noi più familiare si rivela ostile, non più funzionante, come possiamo ricomporre davanti a noi stessi e agli altri una qualche unità? O forse è proprio l’idea di unità a rivelarsi, se portata in questo territorio estremo, sempre e comunque fallace. Perché siamo manchevoli per definizione, perché giorno dopo giorno abbiamo a che fare con l’essere qualcosa di diverso, e invecchiato, rispetto al giorno prima.  Solo nell’infanzia, se è stata un’infanzia abbastanza felice, si sperimenta quell’idea di unione col mondo che deriva dal fatto che tutto ciò che esperiamo ci viene incontro per la prima volta, carico di informazioni e di possibilità e viviamo attraverso i sensi più che attraverso il ragionamento. Forse per questo continuiamo a nutrire un’idea di fusione e di unità tra il nostro essere fisico e la nostra identità razionale e culturale che crescendo si complica e perde d’equilibrio. Ne La notte ha la mia voce non c’è una parabola salvifica che porta dal trauma a una felicità riguadagnata, come accade in tanti memoir di malattia, c’è la fatica di vivere, che accomuna tutti mortali toccati dai limiti dell’esistere. Romanzo sui limiti e sulla perdita, La notte ha la mia voce è anche un inno all’immaginazione, alla scrittura, e all’arte, in tutte le sue forme, perché ci consentono di vivere vite che non sono la nostra e quindi di allargare i confini che ci vengono imposti e che ci troviamo assegnati.

(Riproduzione riservata)

© Alessandra Sarchi

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La scheda del libro

Con questo romanzo asciutto e splendente, Alessandra Sarchi racconta un nodo della propria esistenza, affondando con precisione nella sua stessa carne. E rivela il desiderio di vita che, al di là dei limiti del corpo, perdura in ciascuno di noi.

Una giovane donna ha perso l’uso delle gambe in seguito a un incidente. Abita un corpo che non le appartiene piú e si sente in esilio dal territorio dei sani. Poi incontra la Donnagatto, e il suo modo di guardare se stessa, e gli altri, cambia.

La prima cosa che arriva di Giovanna è la voce: argentina, decisa, sensuale. Fa pensare a qualcuno che avanzi sulle miserie quotidiane come un felino. Ecco perché, fi n da subito, l’io narrante la battezza Donnagatto, sebbene Giovanna sia paralizzata, proprio come lei. Al contrario di lei, però, rivendica il diritto a desiderare ancora, sfi dando l’imperfezione del mondo. La Donnagatto nasconde un segreto, e forse ha trovato una persona cui confessarlo, consegnandole la propria storia. Una storia dove è solo apparente il confi ne tra la condanna e la grazia.

«È di libertà che si dovrebbe parlare, quando si parla di corpi. Ma come si fa, se non ce li scegliamo nemmeno alla nascita? I nostri corpi sono già passato, eredità elargita da chi ci ha generato e preceduto nella tirannia combinatoria dei geni».

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Alessandra Sarchi è nata a Reggio Emilia nel 1971, vive a Bologna. Ha pubblicato Segni sottili e clandestini (Diabasis 2008). Per Einaudi Stile Libero è uscito nel 2012 il romanzo Violazione, vincitore del premio Paolo Volponi opera prima, nel 2014 L’amore normale e nel 2017 La notte ha la mia voce.

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