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LA FUNESTA DOCILITÀ di Salvatore Silvano Nigro (recensione)

marzo 3, 2019

LA FUNESTA DOCILITÀ di Salvatore Silvano Nigro (Sellerio)

di Gianni Bonina

Non solo la natura ma anche la letteratura «è un tempio in cui dei pilastri viventi lasciano talvolta uscire confuse parole; l’uomo vi passa attraverso foreste di simboli che l’osservano con sguardi familiari». Con La funesta docilità (Sellerio) Salvatore Silvano Nigro porta argomenti a favore di Baudelaire rinvenendo corrispondences letterarie, ma anche storiche e di genere odonomastico, dentro la foresta di simboli, rimandi bibliografici e biografici che sono I promessi sposi: proponendoci il massimo romanzo nazionale alla stregua di un tempio dove entrare come fosse la prima volta, anche solo per scoprire come nell’edizione del 1840, la Quarantana, le vignette non svolgano un ruolo di illustrazioni ma, secondo i propositi di Manzoni, di integrazione del testo e dunque di racconto.
Nigro ci ha abituati a percorrere un testo guardando quelli che gli stanno a fianco e in questa occasione ha dato il meglio da un lato invitandoci a leggere I promessi sposi in una chiave che apre altri libri e da un altro radunando scrittori, artisti, registi di ogni tempo e luogo in un parnaso della cultura che è soprattutto un parlamento di etica e di giustizia quanto al tema centrale che è il linciaggio del Prina. Ciò che richiede molti saperi, soprattutto filologici.
Chi sarebbe arrivato a trovare anche nel Gattopardo traccia delle cariatidi che Manzoni posiziona davanti la casa di don Ferrante che era poi Casa degli Omenoni, ogni giorno irta coi suoi telamoni sul suo cammino verso la chiesa a San Fedele? E chi avrebbe potuto riunire tanta gente e addensare tanti spunti attorno a Manzoni, o meglio attorno a un’idea in aenigmate di Manzoni? Che per la prima volta Nigro, certamente titolato a unirsi a Sciascia nel dire «Noi che lo amiamo», pone sotto una luce che appare come inquisitoria, chiamandolo a rispondere di quella “macchia”, l’unica nella sua integerrima vita, che ne ha offuscato il nome (anche agli occhi di Sciascia – soprattutto ai suoi: anzi, perché sgradita a Sciascia tale colpa è diventata un’inchiesta per Nigro) nella vicenda del Prina, la macchia essendo costituita dalla presenza di Manzoni come testimone attonito e inerme, sia pure da una finestra di casa, della barbara violenza di piazza culminata nel massacro (tutto milanese: della capitale civile e morale dell’Italia) del ministro delle finanze.
Nigro sembra intentare a malincuore questo processo, come risospinto dall’ansia di sciogliere infine un vecchio nodo e fare verità quale che sia, ansia nutrita da anni e tenuta soffocata: esattamente come Sciascia che “i conti con Manzoni” – e in questo caso con Manzoni nel fatto di Giuseppe Prina – li fece dopo molti anni, coltivando lo stesso proposito di liberarsi di un grumo ristagnante nella coscienza. L’esito è però divergente: Sciascia assume il ruolo dell’avvocato di parte civile, in nome di una ragione nazionale che non può consentire nemmeno il rimorso, e arriva a pronunciare una richiesta di condanna, certamente una censura, mentre Nigro, più indulgente, sembra chiedere, sia pure nello stesso ruolo di patrocinatore del consorzio umano, le attenuanti generiche e ne va perciò alla ricerca, ricordando per esempio il colpo di coraggio di Manzoni nel confermare la validità della firma posta sul proclama pro-repubblicano.
Ma sia Nigro che Sciascia concordano sul peccato originale di Manzoni (che nel 1814 nulla fa per salvare Giuseppe Prina) e soprattutto si interrogano se fu colto dal rimorso e quando: questione che per entrambi, ma anche per altri, richiede molto tempo prima che trovi una risposta. Manzoni sconta infatti sette anni di attesa per affrontare la propria coscienza stendendo il Fermo e Lucia e ne aspetterà altri diciannove per darsi una risposta definitiva; Sciascia indugia undici anni per arrivare a formarsi un’opinione; Nigro ha atteso fino ad oggi per parlarne pur avendo frequentato Manzoni già in due volumi, La tabaccheria di don Lisander e Promessi sposi d’autore; Giuseppe Massari, anch’egli come Manzoni testimone dell’eccidio, aspettò fino al 1860 per farne un rapporto dettagliato e Giuseppe Rovani pubblicò Cent’anni nel 1859, quando sentì di poter sostenere, rileggendo I promessi sposi nella Quarantana, che Manzoni era stato davvero testimone del linciaggio del Prina nel quale era perciò da vedere il tentativo della folla di uccidere, duecento anni prima, il vicario di Provvisione che nel romanzo viene però salvato dal Gran cancelliere Antonio Ferrer.
Non è una questione dappoco stabilire se rimanere inermi di fronte a un linciaggio equivalga a un atto di viltà e soprattutto a un’accusa di correità. Rovani addita Manzoni, Massari si dice certo di quanto ha visto (ma Nigro, in difesa di Manzoni, adduce che nella confusione può avere avuto una visuale molto ristretta e dunque non attendibile), Sciascia dichiara la propria inquietudine nel tradurre dal francese la lettera di Manzoni a un corrispondente parigino scritta quattro giorni dopo l’eccidio, inquietudine fondata perché, riferendogli i fatti che l’ideale rivoluzionario milanese ha portato con la forza in piazza, Manzoni confessa la preoccupazione avuta per sé e per la sua famiglia così vicina alla folla inferocita nel momento in cui la “saggia” rivoluzione viene “sciaguratamente macchiata da un assassinio”, vittima “un uomo segnato dal pubblico odio” finito preda di pochi facinorosi, “nonostante gli sforzi che molti hanno fatto per salvarlo”, cosa peraltro non vera. Nessuna commiserazione Sciascia vede nello scrittore della pietà cristiana, motivo per cui ha ragione di scrivere che, se non la giustificazione del delitto, Manzoni adombra nella lettera parigina il fondamento dell’odio verso Prina che del delitto è la causa efficiente. Nigro non è dal canto suo così perentorio e scrive che Manzoni “restava cristianamente convinto che fosse doveroso tentare di salvare chi, in un tumulto, stesse per essere assassinato”, senonché è attestato che si rintanò in una stanza più remota e non volle nemmeno sbirciare dalla finestra: gesto che lo stesso Manzoni in Fermo e Lucia dichiara “onesto” prendendo così il partito dell’astensione nel quale militano i timorosi – rectius: i vigliacchi – che davanti al pericolo vanno a nascondersi. Esattamente quello che ha fatto lui. Quel che nel 1821 pensa dunque Manzoni scrivendo la prima stesura del romanzo è ancora quanto nel 1814 ha scritto nella lettera e che Sciascia definisce “senza inquietudine”. Non c’è alcun rimorso in realtà e il partito dell’astensione appare un ricovero sicuro. Ma nella seconda minuta degli Sposi promessi, che è di due anni dopo, Manzoni sopprime il partito dell’astensione e non parla più di onestà compensatoria.
Nigro segue Manzoni nella sua elaborazione del rimorso ma è su Sciascia che tiene puntata l’attenzione. Attesta che Sciascia si occupa dell’affaire Prina in una recensione del 1974 sul Corriere del Ticino ma è nel 1985 che si esprime in una “cronachetta” rimasta fuori dalla raccolta omonima perché lo scrittore non ha ancora ottenuto che “gli arrivasse una soluzione aperta sull’ipotesi di un acclarato dispiacere segretamente nascosto in qualche punto cieco de I promessi sposi“. Sciascia, secondo Nigro, aspetta di scoprire il perché della condotta di Manzoni e ci riesce solo quando legge meglio una frase del XIII capitolo: “quella funesta docilità degli animi appassionati all’affermare appassionato di molti”. La vera spiegazione del proprio comportamento Manzoni la offre dunque, un po’ sibillinamente, tanto da essere sfuggita per anni a tutti, Sciascia compreso, con parole che indicano in un sentimento di docilità della propria passione politica la scaturigine, che diventa funesta, dell’altrui animosità. La “funesta docilità” sostituisce il partito dell’astensione e la scelta di onestà di fronte al pericolo, ma salva la passione politica che è al fondo della lettera del 1814 e del suo favore verso la rivoluzione, definendone gli eccessi: quasi che la docilità pur funesta possa essere maggiore e dunque più funesta al crescere della passione politica. Una giustificazione di sé che né Sciascia né Nigro si sentono di contestare a Manzoni. Sciascia trova un richiamo al Don Chisciotte nell’uso dello spagnolo che Manzoni mette in bocca a Ferrer, salvatore del vicario, volendo così diluire in una guazza comica “la rappresentazione di un fatto che nella prima stesura, nonostante il lieto fine, ancora ribolliva dolorosamente del ricordo di quello di cui Giuseppe Prina era stato vittima”. Nigro evoca invece l’incubo nel quale Manzoni si vede additato in sogno come impostore anche dalla moglie e dal quale si sveglia riaffermandosi così nel suo tanto rivendicato rigore morale.
Manzoniani irriducibili, i due letterati hanno fatto i conti con Manzoni percorrendo in lungo e in largo, misurandoli anche, i luoghi che furono teatro del linciaggio del Prina, bramosi di conoscere la verità dei fatti per lenire un “dispiacere” che per entrambi non è stato meno gravoso del rimorso vissuto in ritardo da Manzoni.

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La scheda del libro

La funesta docilità - Salvatore Silvano Nigro - copertinaQuesto libro ha una intricata relazione con il racconto giallo, il saggio letterario, e l’«affaire». Ha un inquilino scomodo. Si chiama Alessandro Manzoni. È lo scrittore, ha rilevato Sciascia, «su cui si verificano sconcertanti paradossi, disastrose incongruenze: molto italiano senza gli italiani; molto cattolico senza i cattolici; molto laico senza i laici». Già il titolo del libro è un ossimoro. La «funesta docilità» è una colpa di condiscendenza: l’attitudine a conformare il proprio animo «all’affermare appassionato» della moltitudine. La definizione si trova nei Promessi Sposi. Manzoni l’attaglia a Renzo che, nella Milano della carestia, ha fatto sua l’opinione della massa fanatica che nel vicario di Provvisione ha additato «la cagion principale della fame». L’acquiescenza di Renzo si esaurì però nella partecipazione convinta al tumulto. Cessò di fronte alla «proposta» di «omicidio». Renzo si prodigò per salvare la vita al malcapitato vicario. Senza afflizione, «funestamente docile», risultò invece lo stato d’animo di Manzoni relatore (in una lettera del 1814) dell’assassinio, immotivato e truce, dell’inerme ministro delle finanze del Regno Italico, Giuseppe Prina; così aderendo al clima di una città che si dichiarò priva di «delitti» e che non volle che ci fosse una bara o una tomba da baciare. In una delle sue «inquisizioni», Sciascia tornò su quell’omicidio che risulta opaco nella lettera manzoniana: lettera che «ci inquieta», disse, «e che, in quel momento scritta senza inquietudine, crediamo sia poi diventata sostanza di una inquietudine profonda, drammatica e segreta dell’intera sua vita e dell’opera». Per «amore» di Manzoni, Sciascia si fece investigatore. L’efficienza analitica della sua indagine entrò nelle pieghe più riposte della scrittura dei Promessi Sposi alla ricerca di un «rimorso». Non lo trovò. Il giallo morale viene ora sciolto in questo racconto critico. La soluzione era nascosta nelle illustrazioni che Manzoni «dettò» e controllò, fino a correggerle, per l’edizione definitiva del suo romanzo. Nell’«affaire» si intrecciano le voci di Sciascia, Pomilio, e Natalia Ginzburg; e con esse le letture critiche in forma figurativa di Guttuso, Caruso, e Paladino.

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Salvatore Silvano Nigro è un manzonista. È stato Fellow a I Tatti della Harvard. Ha insegnato Letteratura italiana a Tours (Université François Rabelais), a Parigi (École Normale Supérieure), a New York (New York University), a Bloomington (Indiana University), a New Haven (Yale University), a Pisa (Scuola Normale Superiore), a Milano (IULM), a Zurigo (Politecnico, Cattedra Francesco De Sanctis). Con questa casa editrice ha pubblicato Il Principe fulvo (2012) e La funesta docilità (2018).

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