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IL DONO DI ANTONIA di Alessandra Sarchi (intervista)

novembre 2, 2020

“Il dono di Antonia” di Alessandra Sarchi (Einaudi Stile Libero): intervista all’autrice

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di Massimo Maugeri

Dopo il grande successo di “La notte ha la mia voce”, romanzo finalista al Premio Campiello 2017 (qui l’Autoracconto d’Autore, dedicato al libro, che l’autrice ha scritto in esclusiva per Letteratitudine), la scrittrice Alessandra Sarchi torna in libreria con un nuovo potente romanzo incentrato su tematiche che, da un lato, sono strettamente legate alla nostra contemporaneità, ma che dall’altro riguardano dinamiche e relazioni umane ataviche… come quelle relative al rapporto madri/figli.
Si intitola “Il dono di Antonia“, pubblicato (come il precedente) da Einaudi Stile Libero, e narra la storia di una donna che si trova a fronteggiare il rapporto doloroso e difficile con una figlia adolescente che soffre di anoressia e quello inatteso con un giovane venuto a cercarla dall’America per trovare in lei risposte sulla propria origine, sulla propria “appartenenza”. Un romanzo che indaga, tra le altre cose, su cosa significa essere madri ed essere figli alla fine di questa seconda decade di secondo millennio.
Ho avuto il piacere di discuterne con l’autrice…

– Alessandra, partiamo dall’inizio. Come nasce “Il dono di Antonia”? Da quale idea, spunto, esigenza o fonte di ispirazione?
Il “Dono di Antonia” nasce dall’idea di un figlio che va alla ricerca della madre biologica (invertendo l’archetipo di Telemaco che va alla ricerca del padre). Fin dall’antichità, nella Bibbia quanto nella letteratura greca e latina, troviamo rappresentata la situazione del figlio che va alla ricerca delle proprie origini perché è stato adottato, ha perduto i genitori o è stato scambiato in culla. Oggi la tecnologia medica crea la possibilità, prima inedita, che più individui concorrano con il proprio materiale genetico e con il proprio corpo a creare un’altra vita. Avviene ogni giorno in ogni parte del mondo, eppure è un fatto ancora molto poco esplorato dalla letteratura.

– Come epigrafe del libro hai scelto di inserire questi versi di Anne Michaels (da “Fontanelle”): “Facciamo il bagno a nostra figlia, una preghiera / per ogni parte del suo corpo, come / se lavassimo una canzone. / Dita fragili come fili d’erba. / Migliaia d’uova già dentro di lei”. Perché questa scelta? 
I versi di Anne Micheals mi sembrano descrivere molto bene la condizione femminile in relazione al proprio destino biologico: fin dalla nascita abbiamo organi della riproduzione che nel momento dello sviluppo daranno luogo a un certo numero di uova che rimarrà invariato per il resto della vita. Solo di recente, e non in tutte le parti del mondo, le donne hanno avuto la possibilità di emanciparsi dall’esclusivo destino di madre, assegnato loro in termini di natura.

– Parlaci di Antonia, la protagonista del romanzo. Che tipo di donna è?
Ritratto di Alessandra Sarchi 2015Io l’ho pensata come una donna forte e fragile al tempo stesso. Capace di un grande slancio e di un gesto che va oltre se stessa, ma poi incapace di reggerne le conseguenze. Come molte altre donne è nel confronto con una propria pari, l’amica Myrtha, che riesce a definire meglio stessa. Salvo poi aver bisogno di allontanarsi, come d’altronde è giusto allontanarsi da tutte le figure che fungono da modello, in primis i genitori. Altrimenti non sarebbe possibile nessuna forma di libertà interiore e di crescita nella vita adulta.

– Cosa puoi dirci sulle problematiche relative al rapporto tra Antonia e sua figlia Anna?
Anna è una ragazzina che manifesta il proprio disagio con disturbi alimentari. Non so se sia corretto paragonare le manifestazioni isteriche con le quali un secolo fa le ragazze e le donne in generale esternavano la difficoltà di crescere e di conformarsi alle convenzioni borghesi, che le volevano figlie ben educate, poi moglie e madri, con le attuali malattie legate all’alimentazione. Mi pare che abbiano però un elemento in comune: fanno passare attraverso il corpo una sofferenza che è legata alla propria identità, al modo in cui una donna vede stessa e si sente vista dagli altri. Nel cercare di allontanarsi dalla madre, Anna sta solo cercando una propria via di definizione; Antonia lo sa, perché è una madre attenta, e tuttavia è normale che ne soffra, anche perché quello che vede non è processo di emancipazione vera e propria, piuttosto il rifiuto del cibo, con cui la figlia la provoca, assomiglia a una regressione.

– Antonia frequenta un gruppo di sostegno alle madri di figli anoressici. Come vive questa esperienza?
Antonia trae molto conforto da questa esperienza, come in genere avviene in tutte le forme di condivisione comunitaria che restituiscono una dimensione collettiva e politica a problemi vissuti nel privato, spesso in solitudine e con senso di colpa.

– Parlaci di Jessie. Cosa puoi dirci su questo giovane che entra (o forse, in un certo senso, “ri-entra”) a far parte della vita di Antonia?
Jessie è uno sconosciuto per Antonia. Se Myrtha non avesse deciso di rivelargli come è stato concepito, lui stesso ignorerebbe Antonia. Quella che si mette in moto dopo la rivelazione è una ricerca di identità. Jessie non trova in Antonia risposte ulteriori rispetto a quelle che la madre che lo ha partorito e cresciuto, Myrtha, gli ha dato. Ma ha bisogno di questo incontro. È un personaggio con il quale credo tutti noi possiamo identificarci, anche se non abbiamo dubbi sui nostri genitori, è la figura di colui a cui manca sempre una parte, è bucato, come bucata e manchevole è l’umanità tutta.

– Il tuo romanzo affronta varie tematiche. Su tutte c’è quella della “genitorialità”. A tuo avviso quali sono le differenze tra essere genitori (o “co-genitori” potremmo forse dire considerando la fattispecie analizzata nel romanzo) e, in particolare, essere madri oggi rispetto a come poteva essere per le generazioni che ci hanno preceduto?
La differenza principale credo risieda nel fatto che oggi, in Occidente almeno, le donne possono essere molte altre cose oltre all’essere madri. E così la figura a suo modo titanica della madre, un titanismo tutto esercitato nel privato e a sostegno di un sistema patriarcale, beninteso, può essere ridimensionata o ripensata. Una madre che è anche una lavoratrice soddisfatta del proprio lavoro, del proprio essere donna nel mondo, sarà una madre potenzialmente meno incline a proiettare le proprie frustrazioni e i propri desideri sui figli, si spezzerà così quella catena di sottile ricatto affettivo e di iper- protezione materna che rende i figli narcisi e immaturi.

– Ribaltando la domanda precedente… cosa significa, oggi, essere figli?
I figli di oggi hanno da un lato accesso a una promiscuità e vicinanza coi genitori inedita per le generazioni precedenti, dall’altro essendo un evento sempre più raro (il declino demografico in occidente è un altro dato costante da molti anni) sono oggetto di un’attenzione spasmodica e infantilizzante. Ma io sono una figlia di ieri, una ragazza nata all’inizio degli anni ’70, quindi bisognerebbe rivolgere questa domanda a chi è nato dopo, a chi è ancora solo figlio.

– Come commenteresti la copertina del romanzo?
Si tratta dell’opera “Ab ovo” di Adelaide Cioni. Appena l’ho vista ho pensato che fosse molto adatta al mio libro, dove ricorre spesso l’uovo come oggetto materiale e simbolico, con la sua pretesa di assolutezza e di essere un universo in sé concluso, come luogo della generazione e della vita.

– Grazie Alessandra, che “Il dono di Antonia” possa fare lunga e fruttuosa strada…

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La scheda del libro: “Il dono di Antonia” di Alessandra Sarchi (Einaudi Stile Libero)

Un magnifico romanzo su quel potere enorme che è dare la vita. Un potere cosí spaventoso, che dei nostri figli abbiamo sempre anche paura.

Antonia vive a Bologna e ha una figlia adolescente, Anna, che da qualche tempo ha problemi di alimentazione. Il loro rapporto è teso e Antonia si domanda se, rifiutando il cibo, Anna non stia tentando di svincolarsi dalla sua devozione materna. Poi, un giorno, arriva la telefonata di un ragazzo americano e con lui il passato torna a galla. Ventisei anni prima Antonia viveva negli Stati Uniti e donò un ovulo a un’amica che desiderava diventare madre ma non poteva. Da quell’ovulo fu generato Jessie, che ha appena scoperto di essere nato anche grazie a lei, e perciò ha bisogno di conoscerla, di sapere perché lo ha fatto, e perché a un certo punto è scomparsa. Mentre sua figlia sembra volersi liberare di lei, qualcuno che non può chiamare figlio invece cerca Antonia, e la interroga sui motivi di quel dono offerto come un atto di generosità del quale poi non si è sentita all’altezza, un gesto da cui deriva una responsabilità che lei non può piú ignorare. Perché, per ciascuno di noi, la domanda «chi sei» implica sempre anche «di chi sei».

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Alessandra Sarchi (Reggio Emilia, 1971) vive a Bologna. Ha pubblicato Segni sottili e clandestini (Diabasis 2008). Per Einaudi ha pubblicato il romanzo Violazione (2012), vincitore del premio Paolo Volponi opera prima, L’amore normale (2014), La notte ha la mia voce (2017), vincitore del premio Mondello, del premio Wondy e finalista al premio Campiello e Il dono di Antonia (2020).

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