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PAOLO ZARDI racconta MEMORIE DI UN DITTATORE

marzo 22, 2021

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: PAOLO ZARDI racconta il suo romanzo “Memorie di un dittatore” (Perrone), presentato all’edizione 2021 del Premio Strega da Paolo Di Paolo

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di Paolo Zardi

La nascita di un romanzo, la sua esistenza autonoma, compiuta, e indipendente dall’autore, sono i frutti misteriosi di un processo che si svolge in un mondo sotterraneo, buio e inaccessibile che è la mente di chi quel romanzo lo ha scritto. Nel tentativo di ricostruire, a posteriore, i passi che ho seguito per arrivare alle Memorie di un dittatore, credo di dover tornare indietro fino alla quinta ginnasio quando, per la prima volta, incappai nella curiosa e sorprendente storia di Eliogabalo, un ragazzo di quattordici anni che, per una serie fortuite di cause, era salito al vertice di quello che allora era l’impero più grande del mondo. I quattro anni in cui detenne il potere furono caratterizzati da eccessi e follie di ogni tipo, incomprensibili e inaccettabili perfino per quella società romana già avviata verso la decadenza; la sua avventura si concluse come per la stragrande maggioranza degli imperatori romani: venne ucciso dai pretoriani e sostituito dal cugino Alessandro Severo, che a sua volta sarebbe stato ucciso dai suoi soldati tredici anni dopo. Quella storia aberrante, tragica e ridicola allo stesso tempo, poneva una domanda che per me sarebbe diventata centrale: quali qualità specifiche possiedono le persone che conquistano il potere?
Ho continuato per anni a interrogarmi sul potere, e il mio interesse si è evoluto attraverso letture di biografie, saggi, romanzi, memorie, tragedie: grazie a Tacito, Giulio Cesare, Shakespeare, Sallustio, Joachim Fest, Conrad, Ian Kershaw, Joseph Haidt, Noam Chomsky, Ece Temelkuran, Emmanuel de Las Cases. David van Reybrouck, Jean Delumeau, W. G. Sebald, Byung-Chul Han, Zygmunt Bauman, Martin Amis, Bernard Guetta ho accumulato idee, storie, fatti, eventi e lo facevo senza che ci fosse un progetto di scrittura, e su questo aspetto devo dare ragione, ancora una volta, a Vladimir Nabokov che, in uno dei suoi saggi, fornisce un’immagine molto efficace per descrivere il processo con il quale si arriva a scrivere un romanzo: assomiglia, nelle sue fasi iniziali, al lavoro di un uccello che raccoglie ramoscelli, pezzi di vetro, piccole stoffe, senza conoscere il motivo per cui lo sta facendo; poi arriva una sorta di agnizione, un’epifania, e tutti i tasselli si incastrano alla perfezione. All’improvviso, esiste l’idea del nido.
L’idea del nido è arrivata nel 2017, con la lettura di una biografia di Hitler, l’esempio perfetto di come una persona priva di qualità umane possa trascinare il mondo in un baratro tremendo. Da quel momento, è iniziata la lunga fase di preparazione del romanzo vero e proprio, con la ricerca della voce da adottare, la paziente concatenazione degli eventi e la costruzione di quel un piano inclinato lungo il quale li si farà rotolare verso un epilogo che risulti, nell’economia della storia, necessario. È questa la fase più creativa della realizzazione di un romanzo, quella in cui l’ispirazione, qualunque significato più o meno trascendente possa assumere questa parola, fa da padrona: vengono messe a confronto tutte le possibili opzioni, vagliandole una a una; a ogni incrocio si valutano tutte le strade, spingendosi lungo ciascuna per un tratto sufficiente a capire se porti da qualche parte o se finisca in una landa desolata. Succede come nel gioco Scarabeo, dove le diverse combinazioni promettenti di lettere si scontrano tra loro, fino a quando non si forma la sequenza migliore. E anche questa fase finisce all’improvviso: d’un tratto si sente che l’unica cosa che rimane da fare è scrivere la storia, e se le fasi precedenti sono andate bene, sarà come scrivere sotto dettatura.

Un po’ di tempo fa mi è capitato di assistere alla presentazione di Ultimo parallelo, lo splendido romanzo di Filippo Tuena, uno dei pochi autori contemporanei che potrebbe meritare il titolo di “maestro”; raccontava, Tuena, che il passaggio dalla cronaca di eventi reali al romanzo avviene nel momento in cui l’autore sente che quei fatti diventano ricordi personali. Con le dovute proporzioni, è quello che è successo nel mio romanzo: il personaggio del dittatore ha assorbito le esperienze dei dittatori che lo hanno preceduto, ha inglobato la Storia e l’ha fatta diventare parte della sua memoria. Memorie di un dittatore contiene, al suo interno, una grande quantità di fatti realmente accaduti, che però vengono trasfigurati dallo sguardo particolare di un preciso individuo; si mescolano a un percorso di vita che, pur riflettendo quella di tanti uomini di potere, appartiene solo a questo preciso dittatore, che la riorganizza e la racconta secondo i suoi fini specifici.
Memorie di un dittatore  è la storia di un uomo che ha dedicato la propria esistenza al potere; ed è la storia di quello stesso uomo che, dopo aver perso il potere, si ritrova esiliato in una minuscola crosta senza nome in mezzo all’oceano, in un’enorme villa desolata, costretto a vivere giornate tutte uguali, con la sola compagnia di Fernando, un giovane e selvatico maggiordomo che gli è stato assegnato. In quella noia senza fine, la lettura casuale di alcuni libri trovati in un’enorme biblioteca gli fa nascere il desiderio di raccontare la propria vita, partendo dalla propria infanzia. Con la stessa onestà di un pescatore che, tornato dal fiume dopo una giornata passata con la canna in mano, racconta le sue gesta agli amici che incontra al bar, quest’uomo mette in fila eventi all’apparenza insignificanti per dimostrare, a posteriori, che il suo destino di dittatore era segnato fin dall’inizio; e poiché lo scopo di questa narrazione è quello di celebrare la vita di un uomo che aspira a entrare nel ristretto novero degli uomini che hanno scritto la Storia, la voce diventa alta e magniloquente, ma nonostante gli sforzi non riesce mai a nascondere la vera natura del dittatore, la sua ferocia, la fame insaziabile, il terribile cinismo.

Il divertimento che si prova a scrivere un romanzo non è quasi mai in relazione alla qualità del risultato finale; devo però ammettere che, tra tutte le cose che ho scritto, poche mi hanno dato un simile piacere. La particolare storia di quest’uomo, la situazione in cui si trova, la totale libertà con la quale può narrare la propria vita, l’ambivalenza di questo personaggio, che è contemporaneamente colto e troglodita, feroce e vitale, crudele e sconfitto, mi hanno permesso di fare molte cose che sarebbero state impossibili con storie più convenzionali e voci più asciutte. I temi che stanno alla base del romanzo sono la fragilità costituzionale della democrazia, la forza dell’odio, l’orrore del potere esercitato con la forza, la cecità dei popoli pronti a sostenere, di volta in volta, dittatori sanguinari e i loro opportunistici avversari; ma tutto questo viene incastrato in una storia grottesca, inverosimile, pantagruelica – e divertente, perché tra i tanti avversari delle dittature il più degno è la risata.

(Riproduzione riservata)

© Paolo Zardi

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La scheda del libro: “Memorie di un dittatore” di Paolo Zardi (Perrone)

Paolo Zardi dipinge il ritratto di un uomo inquieto e ne mette a nudo la natura feroce quando il potere, come un lupo affamato, lo sbrana e lo scarnifica.

Ha sfondato la porta del potere con la forza e, per più di un decennio, dopo un’ascesa irresistibile e minuziosamente pianificata, ha guidato l’Italia. Ora è esiliato in mezzo all’oceano, su un’isola che è regno e prigione. Ha lo sguardo rivolto al mare, nell’illusione di essere più vicino alla fuga; è invece relegato in un’enorme villa bianca, non sa in quale dei due tropici, in mezzo a una vegetazione esuberante e a tratti sinistra. In giornate che scorrono tutte uguali tra lunghi corridoi, saloni austeri e un’enorme biblioteca, si abbandona al passato e ai suoi fantasmi: l’educazione borghese, i primi scontri politici, la soppressione degli avversari, la manipolazione delle masse e infine l’assurda guerra contro la Repubblica del Congo. Le folle oceaniche sono solo un lontano ricordo e adesso a fargli compagnia ci sono Fernando, un servitore giovanissimo e selvatico, e la visita quotidiana di un medico che sorveglia la sua salute. Dei fasti antichi rimane un appetito ferino e una voracità senza misura che sfoga in accessi aggressivi ora su tartarughe e uccelli tropicali, ora su Fernando. Ma chi sono in realtà quei due uomini che gli parlano poco e lo osservano sempre? Quando la partita con il passato e il futuro sembra finita, ecco la possibilità di rimettersi in gioco. Per lui, contratto nella nevralgia da potere, nessuna isola è troppo lontana per abbandonare davvero il suo ruolo di comando.

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Paolo Zardi, di professione ingegnere, ha pubblicato tre raccolte di racconti: Antropometria (Neo Edizioni, 2010), Il giorno che diventammo umani (Neo Edizioni, 2013) e La gente non esiste (Neo Edizioni, 2019); tre romanzi brevi: Il signor Bovary (Intermezzi Edizioni, 2014), Il principe piccolo (Feltrinelli Zoom, 2015) e La nuova bellezza (Feltrinelli Zoom, 2016); e cinque romanzi: La felicità esiste (Alet Edizioni, 2012), XXI secolo (Neo Edizioni, 2015), tra i dodici finalisti del Premio Strega 2015, La Passione secondo Matteo (Neo Edizioni, 2017), Tutto male finché dura (Feltrinelli, 2018) e L’invenzione degli animali (Chiarelettere, 2019).

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