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OMAGGIO A FRANCO BATTIATO: All’ombra della luce

maggio 18, 2021

Pubblichiamo, come omaggio a Franco Battiato (che ci ha lasciati oggi), questo contributo del poeta e scrittore Sebastiano Bulgaretta tratto dal suo volume “Alle soglie del témenos”

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All’ombra della luce

di Sebastiano Burgaretta

Difendimi dalle forze contrarie/…quando il mio percorso si fa incerto/…e non mi abbandonare mai./ Riportami nelle zone più alte/ in uno dei tuoi regni di quiete. Solo qualche anno, allorché avvenne il nostro primo incontro, era passato da quando aveva scritto e pubblicato questa sublime preghiera, che è pure diventata mia preghiera costante lungo il tempo. Ci incontrammo nel febbraio del ’94, quando, previo contatto telefonico, andai a trovarlo a Milo, per invitarlo a tenere una relazione al Convegno “Gli orizzonti di Giufà”, che si sarebbe tenuto a Noto alla fine del successivo aprile. Fu molto cordiale nell’accoglienza che fece a me e a chi mi accompagnava, Giovanni Di Maria, curatore del Convegno, che a me si era rivolto per contattarlo, e Dario, mio figlio, allora sedicenne.

Nelle battute preliminari si meravigliò lì per lì compiaciuto del fatto che, gli dissi, conoscevo la sua produzione sin dalle incisioni di Fetus e Pollution, anche se mostrò subito di considerare queste due incisioni cose del suo passato, che s’era lasciato dietro come superate e lontane da ciò che ormai artisticamente egli era. Passando al motivo del nostro incontro, dopo averci attentamente ascoltato, accettò con entusiasmo l’invito e poi ci intrattenne per più di un’ora in una interessante conversazione che toccò vari argomenti. Il giorno dopo sarebbe partito, per andare a incidere la Missa arcaica, che, disse, mi ha distrutto con l’impegno che mi ha richiesto. Ma era contento del lavoro fatto e ora pensava di potersi rilassare, dedicandosi a un lavoro su Federico II, da realizzare insieme con Gesualdo Bufalino. La conversazione si appuntò allora sul ruolo storico e sulla figura umana dell’imperatore svevo, ed egli si illuminò nel viso, allora coperto da una lunga e folta barba nera che gli dava l’aspetto di un sufi, quando gli confidai che, tutte le volte che vado a Palermo, vado a visitarne l’arca sepolcrale, in segno di riconoscenza per quanto il sovrano fece per la Sicilia, la sua storia e la sua cultura. Il discorso si spostò quindi sul valore delle opere d’arte e sull’importanza della corrispondenza, nella persona di artisti e letterati, fra scrittura e vita, fra musica e vita. Condividendo al riguardo il mio pensiero, a un certo momento mi disse con tono convinto: Senza umanità nulla ha valore. Per un gesto umano io butterei via tutta la mia produzione. Seduti a conversare nel grande salone di Villa Grazia ricco di divani, tappeti orientali, quadri a soggetto islamico dipinti da lui, oggetti orientali, libri, videocassette e monitor vari, avemmo la possibilità di presentarci direttamente nel nostro retroterra culturale, e io potei constatare di presenza quanto in passato, ascoltando la sua musica, meditando sui suoi testi, avevo intuito e successivamente capito ancora meglio nelle sia pur brevi conversazioni telefoniche che erano intercorse fra noi. I tratti signorili, l’aspetto ieratico, l’umanità sua, così vera, così autentica e accessibile erano stai per me il suggello a tutta la verifica reale, lì avvenuta, di quello che fino ad allora, su di lui, era stato solo in un cantuccio del mio immaginario.

Il venerdì santo di quello stesso anno ascoltai alla radio la sua Missa arcaica e me ne complimentai con lui il giorno di Pasqua, quando gli telefonai per gli auguri. Alcuni giorni dopo lo chiamai, per chiedergli di darmi il titolo della sua relazione, che dovevamo inserire nel programma a stampa. Volle due minuti di tempo, passati i quali, mi chiamò, per darmelo: Giufà: gli aneddoti. Volle scusarsi, precisandomi: Io le ho detto di sì per motivi di simpatia per lei, ma non è che sia molto preparato sull’argomento… Modestia e senso della misura confermate da ciò che mi disse subito dopo, quando mi complimentai per il lavoro su Federico II, Il cavaliere dell’intelletto, cui il quotidiano “La Sicilia” quello stesso giorno aveva dedicato un servizio con un’intervista a lui. Mi rispose candidamente: Loro hanno scritto questo, ma io sono ancora a dieci minuti di musica…

Al Convegno volle che io mi alternassi a lui nella lettura di alcuni racconti che aveva programmato per il suo intervento. Nella sala del refettorio dell’ex Cantina sperimentale a Noto il pubblico era numeroso, con molte persone anche in piedi e in parte nel corridoio. A pranzo lo accolsi nella mia casa di campagna ai Laufi, il luogo in disparte, lontano dai ciclopi, celebrato quello stesso anno da Vincenzo Consolo nel romanzo L’olivo e l’olivastro. Con lui vennero, oltre ai due amici che lo avevano accompagnato, Carlo Muscetta e Marcella Tedeschi, Toto Roccuzzo, il fotografo Aldo Palazzolo con la sua compagna di allora. Aldo colse l’occasione, per scattare foto a tutti e fare dei ritratti a Muscetta sullo sfondo bianco della parete della veranda, nella quale, con la bella giornata primaverile ricca del profumo di zagara che c’era, Rosa, mia moglie, e io avevamo apparecchiato la lunga tavolata. Franco, assolutamente vegetariano, fu misurato a tavola e gradì molto tutto, in particolare i votavota, e, al dessert, la cunfittura e il biancomangiare fatti con la nostra mandorla di Avola, le bucce d’arancia con lo zucchero, dolci, tutti, preparati in casa, con prodotti delle campagne di famiglia, da Rosa. Alla fine del pranzo regalammo a ciascuno dei commensali un piccolo vassoio con queste prelibatezze. Fu un bell’incontro con tutti in una piacevole conversazione fino alle ore sedici, quando rientrammo a Noto per la ripresa dei lavori del Convegno. Quel giorno mi propose di darci del tu.

Nel corso degli anni ci sentimmo poi spesso al telefono per saluti e auguri in determinate circostanze, tra cui quella fissa del suo compleanno a marzo, fino a quando nel 2008 Etta Scollo nel suo CD Il fiore splendente volle inserire, dopo averla musicata, la mia poesia A Ibn Hamdīs, con l’arrangiamento di Battiato, il quale ne eseguì anche la parte suonata al pianoforte. Per me fu un onore grandissimo, che si rinnovò qualche anno dopo, quando, nel 2015, Etta incise, nel suo CD Scollo con Cello, le mie liriche Çiatu e L’ala del tempo. Di questa seconda il musicista fu davvero entusiasta, tanto che, quando al teatro “Odeon” di Catania la cantante la eseguì in prima assoluta, al posto di un bis richiestole a conclusione del concerto Lunaria, egli, alla fine, battendo le mani, seduto vicino a me in prima fila, sorridendomi, mi disse: Te l’avevo detto che è bellissima. Da sola vale più di tutto il concerto precedente… Ed era sincero, perché qualche settimana dopo fu lieto di presentare il videoclip del brano, facendosi riprendere mentre affermava: La cantante catanese Etta Scollo, che vive a Berlino e la sua carriera l’ha fatta in Austria e Germania, ha avuto la felice idea di musicare una splendida poesia del poeta siciliano Sebastiano Burgaretta. Sentite che meraviglia l’unione dei due.

Quella sera a Catania mi chiese notizie circa il docufilm Corrispondenze, cui si era amichevolmente prestato di collaborare, e gli risposi che il lavoro era già stato montato e che se ne stava preparando la colonna sonora. Ci eravamo, infatti, incontrati il 20 novembre del 2014, giorno in cui cadeva il venticinquennale della morte di Leonardo Sciascia, quando andai a trovarlo a Milo, insieme con i giovani registi Alessandro Seidita e Joshua Walhen, per registrare un’intervista da inserire, come poi realmente avvenne, nel succitato docufilm. Ci accolse, come sempre, con cortesia e amabilità, e avemmo occasione di scambiarci molte opinioni personali sulla spiritualità. Seduti sulla panchina di ferro nel prato della sua villa, sviluppammo una lunga conversazione che ebbe come argomenti la vita, l’arte, la poesia, la crisi della spiritualità, il silenzio, la creatività. Davanti alla sua visione, che mi parve un po’ autoreferenziale e non proprio ottimistica, della situazione socio-politica e culturale della Sicilia, quando gli domandai: Qualcosa di positivo in Sicilia lo vedi? Noi due! di botto mi rispose con un ampio sorriso stampato in volto. Si fece riprendere mentre suonava al pianoforte un brano di Händel, passaggio, questo, inserito nel docufilm.

In attesa del pranzo, al quale ci intrattenne tutti, mi fece visitare ogni angolo del giardino ricchissimo di verde, portandomi a veder la capanna-romitorio in cui, mi confidò, aveva scritto L’ombra della luce. Scherzava amabilmente, e, parlando, ricordammo i nostri precedenti incontri, che erano avvenuti anche più volte negli stessi luoghi della Sicilia sud-orientale: a Catania, dove una volta andai a trovarlo, insieme con la scrittrice, nostra comune amica, Silvana La Spina, nel suo appartamento di corso Umberto, e dove molti anni dopo potei assistere al suo ultimo concerto in città, al teatro “Metropolitan”; a Siracusa, Floridia, Belvedere, Noto, Modica, Donnalucata e altrove ancora. Durante la registrazione fu ripreso mentre mi spiegava le tecniche della meditazione e, quando ci si stava avviando alla conclusione, guardando le mie mani aperte nel mentre continuava a parlare, improvvisamente con scatto deciso mi disse: Ho visto vita lunga. Avrai vita lunga. Lo vedo da qui, indicandomi nel contempo la linea vicina al pollice della mia mano destra.

L’ultimo nostro incontro avvenne ancora a Milo il 21 giugno del 2017, quando col regista Joshua Walhen andai a portargli copie del DVD di Corrispondenze, con acclusi due contenuti extra, uno suo e uno mio. Come sempre, fu gentilissimo e accogliente, e ancora fuori casa, sul terrazzino, mi ripeté l’espressione affettuosamente meravigliata che era solito dirmi ogni volta che mi rivedeva: Ma come c…fai a ringiovanire sempre di più? E io a lui: E me lo domandi proprio tu, che sai da dove mi viene..? Mi sembrò, tuttavia, lento e incerto nell’eloquio e nei movimenti, e del resto non è mai stato un gran parlatore. Appena fummo entrati in casa, mi anticipò col dirmi compiaciuto: Ho letto, ho letto tutto e ho anche segnato qua e là quelle cose che mi hanno colpito di più. Capii subito che alludeva ai versi della mia raccolta Passo dopo passo, che gli avevo inviato qualche tempo prima. Infatti, sedutici nel salone, prese immediatamente il libro dal grande tavolo posto al centro e ricco di volumi, e mi fece vedere le varie poesie segnate a penna. Volle che gliene leggessi alcune, partendo per sua scelta da Scurrìa lu sangu a funtaneddhi, versi in siciliano che stanno in Rrèpitu per il due dicembre, e che gli erano piaciuti particolarmente. Delle dieci copie del DVD che Joshua gli aveva portato volle trattenerne soltanto cinque. A sua volta ci regalò varie copie dei libri che aveva pubblicato con le sue edizioni dell’Ottava. Mi disse che ad agosto mi avrebbe aspettato a Donnalucata, dove pensava di tornare per le vacanze estive, e mi invitò ad andare alle serate musicali che, come ogni anno, intendeva organizzare a Milo tra luglio e agosto, elencandomi i nomi di alcuni artisti, tra i quali ricordo Etta Scollo, Emma, Yuri Camisasca, Giovanni Caccamo etc… Parlando di amici comuni, volle sapere delle condizioni di salute, purtroppo ormai non buone, di Piero Guccione, che io ero andato a visitare qualche tempo prima. Mi disse che due giorni dopo sarebbe andato a tenere un concerto con l’orchestra filarmonica al teatro “Politeama” di Palermo e che in estate avrebbe tenuto cinque concerti in varie città della Spagna.

Ci fece visitare tutto il giardino, all’interno del quale scattammo alcune foto-ricordo. Un velo di inquietudine purtroppo mi portai dentro in seguito a quell’incontro a causa del suo eloquio incerto e del passo insicuro. Nel salire e scendere per le brevi scalette in pietra lavica tra un terrazzamento e l’altro del giardino egli incespicò più volte, tanto che col braccio fui veloce a sorreggerlo e mi premurai di stargli prudentemente dietro quando salivamo e davanti quando scendevamo, attentamente controllando con la coda dell’occhio i suoi movimenti. Prima di congedarci, gli chiesi la cortesia di scrivermi di pugno su un foglio bianco i versi dell’Ombra della luce: Ricordami quanto sono infelice lontano dalle tue leggi. Fu felice di farlo, ma dava come l’impressione di non ricordarli. Per eliminare l’imbarazzo, mi vidi indotto a dettarglieli parola per parola, e, nonostante ciò, alla fine aveva tralasciato il termine leggi, che io dovetti, mio malgrado, ripetergli. Congedandoci da lui, lo abbracciammo con affettuoso trasporto. Da un po’ di tempo ora sono io che per lui quotidianamente canto, come in un intimo karaoke: Difendimi dalle forze contrarie…

[da “Alle soglie del témenos” di Sebastiano Burgaretta (Le Fate Editore)]

(Riproduzione riservata)

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