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CUORE DI RABBIA di Marina Visentin: incontro con l’autrice

giugno 29, 2021

“Cuore di rabbia” di Marina Visentin (SEM): incontro con l’autrice e un brano estratto dal romanzo

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Marina Visentin è nata a Novara, ma da oltre trent’anni vive e lavora a Milano. Giornalista, traduttrice, consulente editoriale, una laurea in filosofia e un lontano passato da copy-writer in un’agenzia di pubblicità. Ha collaborato con varie testate nazionali, scrivendo di cinema e altro; ha pubblicato testi di critica cinematografica, saggi sulla storia del cinema, libri di filosofia e psicologia. Dopo la fiaba noir Biancaneve (Todaro Editore, 2010), ha scritto il thriller psicologico La donna nella pioggia (Piemme, 2017). Cuore di rabbia (Sem, 2021) è il primo romanzo che vede protagonista il vicequestore Giulia Ferro.

Abbiamo chiesto all’autrice di raccontarci qualcosa su questo nuovo romanzo: Cuore di rabbia.

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«In “Cuore di rabbia” si intrecciano due fili narrativi», ha detto Marina Visentin a Letteratitudine, «due indagini tra presente e passato, tra la Milano di oggi e il lago Maggiore di qualche anno fa. Il punto di partenza è stato proprio il passato. Prima di tutto quello della protagonista, Giulia Ferro – nata e cresciuta in una cittadina a due passi dal lago Maggiore e segnata da una serie di vicende drammatiche che hanno devastato la sua infanzia e condizionato tutta la sua vita. Poi c’è il passato in cui si è consumato un feroce delitto rimasto impunito, un cold case che interpella personalmente Giulia Ferro, perché la vittima era una sua amica, una sua compagna di università, scomparsa un giorno nel nulla e ritrovata poco dopo cadavere.
Questo vecchio delitto non l’ho inventato: l’ho ripescato dal pozzo nero della memoria, da un passato che in qualche modo mi riguarda. Si tratta infatti di un caso di cronaca nera di tanti anni fa – era il 1985, per la precisione – che io avevo seguito purtroppo da vicino. La vittima, una giovane studentessa dalla vita tranquilla e apparentemente senza ombre, era uscita un giorno di casa per andare all’università e non era mai più tornata. Pochi giorni dopo, nella boscaglia dalle parti dell’aeroporto di Malpensa, era stato ritrovato il suo cadavere completamente carbonizzato. Un delitto assurdo e destinato a rimanere senza soluzione.
Quella ragazza era la figlia di una carissima amica di mia madre, e da bambine tante volte avevamo giocato insieme. La tragedia della sua morte inspiegabile l’abbiamo quindi vissuta molto da vicino, nella mia famiglia, e con un grande senso di angoscia. Ci tengo però a dire che non mi sono data come obiettivo quello di ricostruire il vero caso di cronaca: l’ho semplicemente usato come spunto iniziale per immaginare un’indagine di pura invenzione e un possibile colpevole. Come in una sorta di tardivo omaggio a una ragazza morta troppo presto, a un’amica dimenticata, il cui ricordo però non è mai svanito del tutto.
Il tema della memoria è in qualche modo il filo rosso che lega le varie parti di questo romanzo, ciò che tiene insieme i diversi personaggi, le tante ambientazioni, gli eventi, le situazioni. È la memoria di ciò che siamo stati che ci definisce, che costruisce il nostro sguardo sul mondo, che dice chi siamo, ma anche chi avremmo potuto essere. Ecco, io ho “prestato” alla mia protagonista frammenti più o meno grandi (più o meno acuminati) della mia memoria, personale e famigliare. Le ho regalato qualche ricordo d’infanzia, non sempre felice, l’amore in chiaroscuro per la sponda piemontese del lago Maggiore, la scoperta di Milano, città dai mille volti, piena di vita e di contraddizioni. Soprattutto, le ho prestato i miei sentimenti, rabbia compresa. Ma anche – credo e spero – un po’ della capacità di abbracciare il mondo con lo sguardo, di percepirlo con tutti i sensi, di sentirlo con il cuore».

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Un estratto del romanzo: “Cuore di rabbia” di Marina Visentin (SEM)

Per molti anni non mi sono ricordata alcun sogno al risveglio.
Una tenda scura, dalla trama fitta, impenetrabile alla luce, forse anche ai desideri, impediva il passaggio tra giorno e notte. Ciò che accadeva nel buio, dietro le palpebre chiuse, non aveva diritto di cittadinanza nel momento in cui il giorno riprendeva possesso del mondo.
Mi capitava spesso di svegliarmi fradicia di sudore, le gambe e le braccia stanche come dopo un’immane fatica, un’infinita nuotata nel mare in tempesta. La sensazione di aver vissuto qualcosa di bizzarro, un’avventura oltre i cancelli della mente, era fortissima. Ma neppure un ricordo. Solo una vaga sensazione di nausea, di paura, come se ancora una volta la notte mi avesse portato sull’orlo del baratro più nero, quello da cui non si torna indietro. Quello da cui non vuoi tornare indietro.
Per questo le mie notti sono sempre state brevi. Non potevo crogiolarmi nel sonno. Troppo rischioso. E una sveglia invisibile suonava ogni mattina, alle cinque e mezza in punto. Io aprivo gli occhi e cercavo la luce. Anche quella elettrica sul comodino andava bene, quando d’inverno il sole ancora era lontano.
L’importante era aprire gli occhi e trovare la luce. Perché la mattina di novembre in cui il telefono si è messo a squillare alle cinque e mezza, e mio padre ha cominciato a piangere, urlare, e battere i pugni contro le pareti, la mattina di novembre in cui mia madre è morta, la luce non c’era.
Oggi la luce c’è, tenue, macchiata di sporco, un azzurro latte che invade la stanza e accarezza dolcemente gli occhi. Sdraiata nel mio letto a due piazze, proprio nel centro esatto, perché nessuno possa venirmi a dire che non lo utilizzo abbastanza, non ho bisogno di guardare la sveglia per sapere che sono le cinque e mezza. Questo non è cambiato mai.
Quello che è cambiato è che ora i sogni me li ricordo. Fin troppo bene. Questi sogni invadenti che escono dal buio e si accampano nella mia testa, piantando bandierine e agitando sonagli. Un gran baccano per attirare la mia attenzione. In cambio mi offrono indizi che qualunque poliziotto riterrebbe insufficienti, bizzarre assurdità da dormiveglia.
Io sono una brava poliziotta, mi sono sempre sforzata di esserlo. Per anni li ho ignorati, scopati sotto il tappeto, lavati via buttandomi acqua fredda in faccia. Poi un giorno ho capito che la loro voce potevo anche ascoltarla, che i miei sogni non mi avrebbero fatto del male.

(Riproduzione riservata)

©SEM

 

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La scheda del libro: “Cuore di rabbia” di Marina Visentin (SEM)

Un thriller dal ritmo impeccabile in cui il passato si intreccia con il presente in una narrazione appassionante e piena di sorprese, fino al colpo di scena finale, del tutto inatteso.

Giulia Ferro, giovane vicequestore, è tornata a vivere a Milano, una città con cui ha un complesso rapporto di odio e amore. Per lei allontanarsi da Milano aveva significato lasciarsi alle spalle un passato che voleva dimenticare. Ma ora è lì, in una città completamente diversa, dove ci sono turisti, grattacieli nuovi. E omicidi. Il caso che le tocca affrontare è la scomparsa di una vedova benestante, suocera di un assessore regionale, noto per essere passato da un partito all’altro nella sua lunga frequentazione della vita politica milanese. Quando viene ritrovato, il cadavere della donna è in parte bruciato e privo della testa. In un primo momento, la pista seguita è prevalentemente quella della famiglia, poiché nelle vene dei suoi membri non sembra circolare molto affetto, ma piuttosto un fluido mefitico composto in parti uguali di avidità e rancore. Ma c’è un altro caso che ossessiona Giulia Ferro, un caso che appartiene al suo passato: l’omicidio di una ragazza poco più che ventenne, sua amica e compagna di università, il cui corpo carbonizzato era stato ritrovato molti anni prima in una villa sul lago Maggiore. L’omicida non è mai stato scoperto, ma Giulia non riesce a darsi pace. E così, oltre all’indagine ufficiale sulla morte della vedova, ne inizia una privata, che la porta in quella zona fra pianura e montagna compresa fra il lago Maggiore e il lago d’Orta, dove è nata e cresciuta, ma da cui è scappata non appena ha potuto.

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