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FUOCO AL CIELO di Viola Di Grado (recensione)

FUOCO AL CIELO di Viola Di Grado (La nave di Teseo)

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Il 22 marzo 2019, alle h. 19:30, Viola Di Grado presenterà il suo romanzo “Fuoco al cielo” (La nave di Teseo) presso la Libreria Prampolini, via Vittorio Emanuele n. 333, Catania. Dialoga con l’autrice Giuseppe Raniolo

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Fuoco al cielo”. Il dovere della memoria e l’infinita voce di Dio nel romanzo d’amore di Viola Di Grado

di Daniela Sessa

Tamara è pazza. Lo ha tenuto tra le braccia, lo ha fatto succhiare dal suo seno, lo ha avvolto in un panno rosso, gli ha asciugato il sudore. Tamara non è pazza. Lui esiste. Gliel’ha portato Dio. Dio per Tamara ha una voce, non è l’infinito silenzio sentito da tutti gli altri abitanti del suo villaggio maledetto. Dio s’infrange contro i due fari di un’auto e si spappola ai margini di una strada. Tamara era pazza, Tamara non era pazza. E’ il mese di marzo del 1996 a Musljumovo, il villaggio segreto conficcato tra gli Urali siberiani. In quella zona della Siberia Dio è una sillaba di radioattivo. Tamara lo sapeva. Tamara sapeva che Alëšen’ka è quella sillaba partorita in una notte maledetta e sporca, dal suo corpo contaminato dall’uranio e dall’amore sfatto e disperato di Vladimir. Alëšen’ka è un essere strano, è diverso, fa ribrezzo. Dio le aveva indicato il bosco e lei lo aveva trovato lì. E tutti dicevano che era impazzita per quel suo figlio mostruoso. Anche Vladimir, anche la nipote Klara. Poi ci sono il medico Lazar e la sua amante Iskra, la dottoressa Irina Ermolaeva, il poliziotto Ivan Bendlin e la ragazzotta Galina Semenkova. Tutti i personaggi di una tragedia che Viola Di Grado racconta con un linguaggio violento e delicato, materico e simbolico, capace di trasformare la storia in distopia d’amore. Leggi tutto…

BAMBINI DI FERRO di Viola Di Grado

BAMBINI DI FERRO di Viola Di Grado (La nave di Teseo)

[Ascolta la puntata radiofonica di Letteratitudine in Fm dedicata a “Bambini di ferro”: Viola Di Grado dialoga con Massimo Maugeri]

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di Eliana Camaioni

Fatichi a credere che si tratti di un’autrice italiana, ancor di più che sia classe ’87: con “Bambini di ferro” (La nave di Teseo, 2016) Viola di Grado tocca un vertice di perfezione formale che la avvicina ai più grandi scrittori orientali, del calibro di Murakami Haruki e Banana Yoshimoto. Ritmo, lingua, scavo psicologico, tensione ininterrotta fra tempo della storia e tempo del racconto, e una vicenda che viaggia fra il Giappone antico e quello moderno: tutto questo fa di Bambini di ferro un piccolo capolavoro.
bambini-di-ferroUn narratore esterno racconta in maniera volutamente tecnica e a tratti tecnicistica la vicenda di Yuki, educatrice in un istituto per bambini, e Sumiko, orfanella dallo sguardo fisso, che non mangia e non parla, non risponde a nessuno degli stimoli provenienti dal mondo a lei circostante. Come Yuki, Sumiko è un’ issendai, una bambina difettosa, emotivamente guasta, e rimane un mistero insondabile per le altre educatrici dell’istituto, che non potranno mai sapere se la bambina è davvero difettosa o soltanto temporaneamente chiusa nel suo lutto: funzionante ma emotivamente criptata.
In un contesto spietato, ai limiti del grottesco – dove educatrici ingegneri dell’affetto  considerano possibile, e addirittura legittimo, operare esperimenti pseudoscientifici sui bambini affidandoli a robotiche Unità Materne Virtuali che erogano loro un presunto amore perfetto – Yuki e Sumiko entreranno in una simbiosi osmotica, si conosceranno e si riconosceranno, in un processo sempre più accelerato e spontaneo, una comunicazione emotiva al di sotto del razionale, che diventerà telepatia e salvezza reciproca, alleanza senza parole.
Corrono in parallelo, quasi un romanzo nel romanzo, stralci di saggezza buddista – che irrompono non richieste nella mente di Yuki, sbucano dai muri, provengono da un altrove che la neurologia contemporanea definisce schizofrenia – e si intrecciano con capitoli alternati alla narrazione, che raccontano della vita di Buddha Sakyamuni, consapevole della sua diversità, orfano anch’egli sin da bambino, figlio del mondo – non di questo mondo – che sceglierà di morire pur di restare vicino a chi ama.

“Yuki Yoshida era una degli issendai. Bambini dal cuore freddo e difettoso, impossibile da aggiustare”: eppure il vero ingegnere dell’affetto –come straordinariamente viene definita- sembra essere Sada, e di ferro, disumano, è il protocollo EPAA. Yuki però, per il mondo che la circonda, è solo una ‘diversa’, un esperimento mal riuscito. Chi sono, nel nostro mondo, gli issendai? Leggi tutto…

Il Tao della parola e l’Arcano della poesia: intervista a VIOLA DI GRADO

Il Tao della parola e l’Arcano della poesia: intervista a VIOLA DI GRADO

di Massimo Maugeri

Seguo Viola Di Grado sin dalla pubblicazione del suo romanzo d’esordio “Settanta acrilico trenta lana” (edizioni e/o), libro-rivelazione del 2011, premiato con il Campiello Opera Prima e il Rapallo Carige Opera Prima (e tradotto in otto paesi). Su quel romanzo ebbi modo di organizzare un dibattito online, coinvolgendo l’autrice.
Del suo successivo romanzo “Cuore cavo” (anche questo edito dalla e/o), nel parlammo nel mio programma radiofonico di libri e letteratura: “Letteratitudine in Fm”.
Successivamente Viola si è impegnata in altri progetti e attività… ma nel suo immediato futuro si prospetta un’iniziativa davvero originale e intrigante, come si evince dallo stesso titolo: “Il Tao della parola e l’Arcano della poesia“. Si tratta di un particolarissimo laboratorio di scrittura, o meglio… di un insieme di “percorsi di scrittura e intuizione” incentrati in un “Laboratorio di divinazione applicata alle tecniche narrative“.
Si tratta di un progetto che Viola Di Grado porterà avanti insieme a Francesca Genti.

-Cara Viola, spiegaci in cosa consiste questo particolarissimo laboratorio di scrittura che stai proponendo insieme a Francesca Genti…
E’ un progetto sperimentale basato su una concezione di scrittura come divinazione: come intercettazione dei luoghi nascosti della mente attraverso due sistemi simbolici diversi ma altrettanto potenti, gli ideogrammi e i Tarocchi. Al contrario degli altri corsi di scrittura, focalizzati sull’artigianato della scrittura, sull’apprendimento delle tecniche narrative, qui il focus è l’intercettazione della propria voce autoriale nello spazio inesplorato della propria mente.
Gli ideogrammi e i Tarocchi agiscono come sonde spaziali, linguaggi simbolici adatti a magnetizzare immagini inconscie, archetipi, destinazioni della propria mente. Attraverso due mesi di lezioni settimanali, dedicate ognuna a un aspetto della narrazione sia in prosa che in poesia e anche con il ricorso all’estetica letteraria e filosofica della tradizione sinogiapponese, insegneremo a trovare la propria voce autoriale e disciplinarla. Il Tao, o l’Arcano, della scrittura, è un luogo cosmogonico di materia oscura che- come il futuro secondo la divinazione cinese- esiste già, deve solo essere intercettato.

-Il riferimento agli ideogrammi mi ricorda qualcosa… Leggi tutto…

CUORE CAVO, di Viola Di Grado (uno stralcio del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo il 1° capitolo del romanzo CUORE CAVO, di Viola Di Grado (edizioni e/o)

La scheda del libro

In un romanzo coraggioso e sorretto da una scrittura formidabile per originalità e poesia, Viola Di Grado racconta la storia di un suicidio e di ciò che lo segue. Una folgorante invenzione della vita dopo la morte: la nostalgia, l’amore, la frequentazione “fantasmatica” delle persone care, la solitudine e l’incomunicabilità, in un aldilà cupo e ribollente, senza pelle e senza sensi, dominato da una natura crudele, che sfalda i corpi, ma anche da una vita ostinata che a questa morte si sottrae. Si rimane seriamente scossi da questa lettura, in cui Di Grado conferma appieno la sua unicità.
Un romanzo che fa paura: la disgregazione dei corpi, la sopravvivenza dell’“anima”, la tristezza e il rimpianto per la vita che non riesce a ricomporsi ma continua a incedere e spiare, vagando in un mondo deserto ma affollato, dove i vivi non possono più vederti
e sentirti ma i morti restano all’erta, impauriti, in ascolto. Un romanzo sulla morte e sulla “vita-dopo-la-morte” innovativo e conturbante, la conferma evidente di uno dei maggiori talenti della narrativa di questi anni.

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Dal romanzo CUORE CAVO, di Viola Di Grado (edizioni e/o)

Nel 2011 è finito il mondo: mi sono uccisa.
Il 23 luglio, alle 15.29, la mia morte è partita da Catania. Epicentro il mio corpo secco disteso, i miei trecento grammi di cuore umano, i seni piccoli, gli occhi gonfi, l’encefalo tramortito, il polso destro poggiato sul bordo della vasca, l’altro immerso in un triste mojito di bagnoschiuma alla menta e sangue.
Il 23 luglio, in piena estate, giù per le scale polverose del mio palazzo, giù come vene dell’asfalto unto e bollente, insidiosa, la mia morte si è propagata da via Crispi 21 alle strade circostanti, al Duomo con i suoi piccioni e i suoi turisti in shorts, al fiume Amenano che odora di carogna e scompare sottoterra. Dal mio sistema nervoso centrale alle strade centrali, da freddo a caldo, un guasto perfetto senza ritorno. Giù nel cuore nero della pietra lavica, dall’acquedotto romano ai vialetti pieni di erbacce e birre vuote del parco Gioeni, alle scale ardenti della Santissima Trinità, alle facce grigie di San Pietro e Paolo fuori dalla chiesa di Sant’Agata al Borgo. Da lì è sfrecciata fino ai marciapiedi stret ti della Scogliera, un grido nel fondo del mare, un soffio nei polmoni dei gabbiani. In mezzo al chiasso dei lidi, al sudore, ai vapori di deodorante e crema solare. Geometrica nel getto delle docce, brutale in fondo agli scarichi, giù in mezzo alle cicche, dentro i profilattici usati, giù martire fino alle fogne, giù nel buio e nella merda, annodata ai capelli e alle code dei ratti.
Dopo quattro ore la temperatura del mio corpo è precipitata, soprattutto nei miei organi interni.
Prima il cervello.
Poi il fegato.
Poi la cute.
Poi il mar Ionio: si è indurito come un pugno.
A quel punto la mia morte ha spiccato di nuovo il volo. È salita fino all’Etna, sfrecciando tra i pini di Linguaglossa, furiosa come un innamoramento, segreta come un virus. Dai rami svuotati del mio sistema vascolare a quelli essiccati delle be tulle, dai miei lunghi capelli scuri alle chiome degli aceri disfatte dall’afa, dalle distese buie dei miei nervi collassati alle distese di campi brulli, a ovest, che tremarono per un attimo come sotto defibrillazione e poi si fermarono per sempre. Fulminea, umida, annodata alle radici di ogni leccio bluastro, nel Bosco Chiuso, dentro ogni ghianda acerba, fino in fondo alla terra assetata e poi di nuovo via. Su a mille metri di quota, nera con le querce, minuscola con le formiche. Su e ancora su, fino in cima, un fuoco al contrario dal cielo al cratere. L’incubazione è durata due giorni, poi, all’alba del 25 luglio, il cratere sud-est del vulcano ha improvvisamente eruttato. La lava è crollata dal fianco orientale, fino alle sette di sera. Una fontana di sangue selvatico senza più gli argini delle vene. Leggi tutto…